Cucina aperta o cucina chiusa? Un falso dilemma dell’abitare contemporaneo

by - gennaio 20, 2026


Negli ultimi mesi non si contano le pubblicazioni che annunciano: “Addio open space, torna la cucina chiusa!”.
Riviste, portali e social raccontano questa tendenza come un’inversione di marcia, quasi un ripensamento collettivo.
In realtà, noi crediamo che più che di un ritorno, si tratta di una messa a fuoco: dopo anni di adozione incondizionata, l’open space ha mostrato i suoi limiti quando la casa ha dovuto ospitare simultaneamente lavoro, studio e relax.

Oggi il progetto non si può limitare a scegliere tra aperto e chiuso, ma deve risponde a tre criticità emerse prepotentemente nell'era post-pandemia:
  1. Il conflitto acustico: la sovrapposizione tra i rumori tecnici (elettrodomestici, preparazione) e le necessità di concentrazione o video-call del lavoro da casa.
  2. Il conflitto visivo: l'impatto psicologico del visual clutter (il disordine della cucina) che invade l'area relax, impedendo un reale distacco mentale.
  3. La necessità di privacy: la riscoperta del valore della "porta chiusa", intesa come confine necessario per l'isolamento acustico e psicologico.
In questo contesto, il dibattito non si riduce più al classico confronto tra cucina aperta o chiusa, la vera sfida è capire quali problemi emergono nella vita quotidiana e come il progetto possa risolverli, senza sacrificare né socialità né benessere domestico.

Analizziamo problema per problema le strategie progettuali da adottare, dagli accorgimenti acustici alle soluzioni visive, fino agli elementi ibridi che rendono uno spazio flessibile, funzionale e conviviale.

- Problema 1: La cucina che "urla" la sua funzione nel living
Uno degli effetti collaterali dell’open space è che la cucina è sempre presente, anche quando non è in uso, e l’ambiente giorno fatica a cambiare registro nel corso della giornata. Rumori, attività e stimoli visivi si sovrappongono senza gerarchie.
- Soluzione: costruire soglie, non compartimenti 
In questi casi va lavorato sulla definizione di confini percettivi, più che su chiusure nette. Setti parziali, quinte architettoniche, variazioni di quota permettono di articolare lo spazio senza interromperne la continuità.
La cucina su podio, ad esempio, introduce una soglia chiara attraverso un lieve dislivello: non separa, ma segnala un cambio di funzione e restituisce equilibrio alla percezione complessiva dello spazio.


- Problema 2: Lo "stress visivo" del disordine perenne 
Una cucina vissuta produce inevitabilmente disordine temporaneo.
Quando tutto è completamente a vista, quel disordine diventa parte integrante del soggiorno, incidendo sul comfort visivo e, nel tempo, sulla qualità dell’abitare.
- Soluzione: progettare linee visuali
Più che nascondere la cucina, spesso è sufficiente controllare ciò che viene visto. Il progetto delle visuali diventa centrale: ciò che si percepisce dal divano, dal tavolo o durante una videochiamata.
Ad esempio, il passavivande torna ad essere uno strumento attuale: non un elemento nostalgico, ma una soglia funzionale che mette in relazione due ambienti filtrando vista, rumore e disordine.


- Problema 3: interferenze acustiche e olfattive
In un open space, i profumi della cucina si diffondono ovunque: tessuti, divani e tende finiscono per assorbire ogni aroma.
- Soluzione: separazioni leggere e calibrate
Quando serve una maggiore separazione, le vetrate diventano strumenti progettuali efficaci.
Industrial, cannettate o fumé, permettono di contenere rumori e odori mantenendo luce e profondità visiva.
La trasparenza non è mai totale: viene modulata per ridurre la presenza visiva dell’area tecnica senza negarne il rapporto con lo spazio giorno.
In contesti più flessibili, entrano in gioco anche soluzioni reversibili come la tenda acustica, capace di creare separazione temporanea senza introdurre elementi permanenti.


- Problema 4: la cucina chiusa come spazio marginale
Il rinnovato interesse per la cucina separata risponde a esigenze concrete, ma rischia di generare ambienti isolati o poco qualificati se affrontato in modo rigido.
- Soluzione: chiudere senza isolare
La cucina chiusa contemporanea funziona quando mantiene un rapporto attivo con la casa. Aperture interne, passavivande, vetrate parziali e filtri visivi consentono di separare le funzioni senza relegare la cucina a spazio di servizio.
La qualità dello spazio non dipende dall’essere aperto o chiuso, ma da come viene messo in relazione con il resto dell’abitazione.


- Problema 5: flessibilità affidata alla meccanica 
Negli anni passati abbiamo e adottato visto soluzioni spettacolari per trasformare radicalmente lo spazio: pareti che scorrono, isole che si aprono, alla fin fine questi sistemi si rivelano sono troppo complessi e delicati - e costosi- e risultano poco utilizzati nella quotidianità.
- Soluzione: flessibilità affidata all’architettura 
Le soluzioni più durature lavorano su geometria, luce e materiali:
isole che diventano divisori concettuali, superfici che riducono la presenza visiva della cucina, scenari luminosi che cambiano nel corso della giornata.
È l’architettura, non il meccanismo, a garantire una flessibilità reale.

In conclusione, una cucina che funziona davvero non è quella che segue l’ultimo trend, ma quella che continua a funzionare quando il trend è passato.

E questo richiede meno effetti speciali e più ascolto: dello spazio, delle abitudini, dei compromessi inevitabili. È lì che si misura la qualità di un progetto destinato a durare nel tempo.

Open Kitchen or Closed Kitchen? A False Dilemma of Contemporary Living

In recent months, there has been no shortage of publications announcing: “Goodbye open space, the closed kitchen is back!”.
Magazines, online platforms, and social media describe this trend as a change of direction, almost a collective second thought.
In reality, we believe that rather than a return, this is a refocusing: after years of unconditional adoption, the open space has revealed its limits when the home was required to simultaneously accommodate work, study, and relaxation.

Today, design can no longer be limited to choosing between open and closed, but must respond to three critical issues that emerged forcefully in the post-pandemic era:
  1. Acoustic conflict: the overlap between technical noises (appliances, food preparation) and the need for concentration or video calls when working from home.
  2. Visual conflict: the psychological impact of visual clutter (kitchen disorder) invading the relaxation area, preventing a real mental detachment.
  3. The need for privacy: the rediscovery of the value of the “closed door,” understood as a necessary boundary for acoustic and psychological isolation.
In this context, the debate is no longer reduced to the classic comparison between open or closed kitchens. The real challenge is understanding which problems emerge in everyday life and how design can resolve them, without sacrificing either sociability or domestic well-being.

We analyze, problem by problem, the design strategies to be adopted, from acoustic measures to visual solutions, up to hybrid elements that make a space flexible, functional, and convivial.

- Problem 1: The kitchen that “shouts” its function into the living space
One of the side effects of the open space is that the kitchen is always present, even when not in use, and the living area struggles to change register throughout the day. Noises, activities, and visual stimuli overlap without hierarchy.
- Solution: building thresholds, not compartments 
In these cases, the focus should be on defining perceptual boundaries rather than rigid closures. Partial partitions, architectural screens, and level changes allow the space to be articulated without interrupting continuity.
A kitchen set on a podium, for example, introduces a clear threshold through a slight change in level: it does not separate, but signals a change of function and restores balance to the overall perception of the space.

- Problem 2: The “visual stress” of permanent disorder 
A lived-in kitchen inevitably produces temporary disorder.
When everything is fully exposed, that disorder becomes an integral part of the living room, affecting visual comfort and, over time, the quality of living.
- Solution: designing sightlines
Rather than hiding the kitchen, it is often sufficient to control what is seen. The design of sightlines becomes central: what is perceived from the sofa, from the dining table, or during a video call.
For example, the serving hatch makes a comeback as a contemporary tool: not a nostalgic element, but a functional threshold that connects two spaces while filtering views, noise, and disorder.

- Problem 3: acoustic and olfactory interference
In an open space, kitchen aromas spread everywhere: fabrics, sofas, and curtains end up absorbing every scent.
- Solution: light and calibrated separations
When greater separation is needed, glazed partitions become effective design tools.
Industrial-style, fluted, or smoked glass solutions contain noise and odors while preserving light and visual depth.
Transparency is never total: it is modulated to reduce the visual presence of the technical area without denying its relationship with the living space.
In more flexible contexts, reversible solutions such as acoustic curtains also come into play, capable of creating temporary separation without introducing permanent elements.

- Problem 4: the closed kitchen as a marginal space
The renewed interest in the separate kitchen responds to concrete needs, but risks generating isolated or poorly qualified environments if approached rigidly.
- Solution: closing without isolating
The contemporary closed kitchen works when it maintains an active relationship with the rest of the home. Internal openings, serving hatches, partial glazing, and visual filters allow functions to be separated without relegating the kitchen to a service space.
The quality of the space does not depend on being open or closed, but on how it is related to the rest of the home.

- Problem 5: flexibility entrusted to mechanics 
In past years, we have adopted and seen spectacular solutions to radically transform space: sliding walls, opening islands. Ultimately, these systems often prove too complex and delicate - and expensive - and end up being little used in everyday life.
- Solution: flexibility entrusted to architecture 
The most enduring solutions work on geometry, light, and materials:
islands that become conceptual dividers, surfaces that reduce the visual presence of the kitchen, lighting scenarios that change throughout the day.
It is architecture, not mechanisms, that guarantees real flexibility.

In conclusion, a kitchen that truly works is not the one that follows the latest trend, but the one that continues to work when the trend has passed.

And this requires fewer special effects and more listening: to space, to habits, to inevitable compromises. That is where the quality of a project destined to last over time is measured.

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